Il virologo Fabrizio Pregliasco su varianti, vaccinazione e protezione delle persone più fragili
Dopo l’estate il COVID torna a circolare. In Italia la situazione resta stabile e lontana dall’emergenza, ma nelle ultime settimane il tasso di positività ai tamponi è salito leggermente. I numeri ufficiali, però, mostrano solo una parte del quadro. A inizio settembre, secondo il report settimanale del ministero della Salute, in tutta Italia sono stati registrati 123 nuovi casi su poco più di 8.300 tamponi in sette giorni. Più che la reale diffusione del virus, questi dati dicono quanto poco si esegue il test oggi.
All’estero l’aumento è più evidente e in Francia, negli Stati Uniti e in Asia si contano circa 50 casi ogni 100mila abitanti.
Tra le varianti sotto osservazione ci sono XFG, detta Stratus, e NB.1.8.1, detta Nimbus. Si trasmettono più facilmente, ma non sono più aggressive. Per anziani, immunodepressi e persone con malattie croniche il rischio di complicanze e ricovero però resta più alto. E per chi vive con una malattia rara? Ne abbiamo parlato con il professor Fabrizio Pregliasco, Direttore della Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva (Università degli Studi di Milano) e Direttore Sanitario d’Azienda IRCCS Ospedale Galeazzi Sant’Ambrogio di Milano.
CASI SOTTOSTIMATI E VIRUS CHE SI SOMMANO
Casi e ricoveri sono in aumento, ma i numeri ufficiali mostrano solo una parte di quello che sta succedendo. Secondo Pregliasco, per capire il quadro non basta guardare alle varianti.
“Il COVID continua a circolare e resta un problema soprattutto per le persone più vulnerabili. I casi notificati rappresentano soltanto una parte delle infezioni, perché molte persone non fanno il tampone oppure utilizzano test domestici che non entrano nei sistemi di sorveglianza. È quindi plausibile una sottostima, ma non possiamo quantificarla con precisione. Sulle varianti dobbiamo distinguere la capacità di diffondersi dalla capacità di provocare una malattia più grave. Al momento non emergono evidenze convincenti di una maggiore gravità delle varianti attualmente circolanti. Questo, però, non rende irrilevante un aumento dei contagi. Se si infettano più persone, possono aumentare anche i ricoveri, soprattutto tra anziani, immunodepressi e pazienti con più patologie. Con l’avanzare della stagione fredda si aggiunge la sovrapposizione con influenza, virus respiratorio sinciziale e altri virus respiratori, che possono avere tempi e picchi differenti. Per una persona fragile anche infezioni successive possono diventare impegnative. Il punto, quindi, è proteggere chi rischia di più e non liquidare ogni episodio come un semplice raffreddore”.
PERCHÉ CI SI VACCINA POCO
Il richiamo anti-COVID si può fare nella stessa seduta dell’antinfluenzale. Nondimeno, l’adesione resta bassa, anche tra chi ne avrebbe più bisogno.
“Credo che pesino diversi fattori: la stanchezza dopo gli anni della pandemia, la percezione che il COVID sia ormai un problema superato, la paura degli effetti indesiderati e, talvolta, difficoltà pratiche nell’accesso”, spiega il virologo. “C’è anche chi pensa ‘l’ho già avuto, quindi sono protetto’, oppure considera sufficienti le dosi ricevute anni fa ma la protezione non rimane invariata nel tempo. Dobbiamo spiegare meglio l’obiettivo del richiamo: ridurre soprattutto il rischio di malattia grave, ricovero e morte, senza promettere che impedirà ogni infezione. È proprio per una persona fragile che questa protezione può fare la differenza”.
“La somministrazione nella stessa seduta dell’antinfluenzale – puntualizza Pregliasco – è possibile, in sedi di iniezione differenti, e semplifica il percorso. Possono comparire dolore locale, stanchezza o febbricola, generalmente transitori e gli studi sostengono la sicurezza della co-somministrazione. Non basta, però, dire alle persone di vaccinarsi, serve una proposta chiara del medico di famiglia e dello specialista, accompagnata da un appuntamento facilmente accessibile. La vaccinazione dovrebbe entrare nel percorso ordinario di cura della fragilità”.
MALATTIE RARE, UN RISCHIO DA VALUTARE CASO PER CASO
Le persone con una malattia rara hanno patologie e terapie molto diverse tra loro. Per loro il COVID è più pericoloso che per il resto della popolazione?
“Il rischio cambia da caso a caso”, spiega Pregliasco. “La rarità della diagnosi, da sola, non determina la gravità del COVID, contano gli organi coinvolti, la riserva funzionale, l’età, le altre patologie e le terapie in corso. Chi ha una compromissione respiratoria o una malattia neuromuscolare che rende meno efficace la respirazione e la tosse può avere maggiori difficoltà ad affrontare un’infezione. Chi presenta un’immunodeficienza o assume terapie immunosoppressive, può essere più esposto a forme gravi o prolungate. In alcune malattie metaboliche, inoltre, febbre, disidratazione e riduzione dell’alimentazione possono favorire uno scompenso. Non tutte le persone con malattia rara, però, hanno queste caratteristiche. Per questo serve una valutazione individuale e, nei pazienti più vulnerabili, un piano condiviso con il Centro di riferimento, sapere chi contattare ai primi sintomi e quando eseguire un test. Se indicati, gli antivirali vanno valutati tempestivamente, verificando anche le interazioni con le terapie abituali. Aspettare che il quadro peggiori può far perdere tempo prezioso”.
IL VACCINO IN PRESENZA DI UNA MALATTIA RARA
Molte famiglie esitano davanti al vaccino, per paura che interferisca con una malattia già difficile da gestire, e si chiedono se la vaccinazione sia indicata anche in questi casi.
“In generale sì. Avere una malattia rara non costituisce, di per sé, una controindicazione alla vaccinazione anti-COVID. Quando la patologia aumenta il rischio di complicanze dell’infezione, la protezione vaccinale assume particolare importanza. L’indicazione concreta va definita considerando età, diagnosi, condizioni cliniche e raccomandazioni vigenti. Comprendo le preoccupazioni delle famiglie: chi convive con una patologia complessa teme che qualsiasi intervento possa alterare un equilibrio faticosamente raggiunto. La risposta deve essere personalizzata e trasparente. Per alcune malattie molto rare i dati specifici sono limitati e ciò richiede attenzione, ma non dimostra che il vaccino sia pericoloso. Nei pazienti immunodepressi, spesso, il problema principale è una risposta al vaccino meno efficace. Possono quindi essere necessari schemi dedicati e una programmazione coordinata con le terapie. I vaccini anti-COVID a mRNA non contengono virus vivo e non possono provocare il COVID. Le terapie immunosoppressive non vanno sospese autonomamente per vaccinarsi. Eventuali precedenti reazioni gravi o precauzioni specifiche devono essere valutate dal medico vaccinatore insieme allo specialista. Il messaggio alle famiglie è questo: la fragilità merita una protezione costruita con cura, evitando rinvii automatici e lasciando spazio a tutte le domande”.










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