Salute mentale, un Vademecum per giornalisti

Promosso da Rai, Ordine dei Giornalisti e DSM Roma 2, il documento punta a stabilire un’alleanza tra professionisti della salute mentale e operatori dell’informazione per combattere lo stigma

Contribuire alla lotta contro la stigmatizzazione attraverso una narrazione equilibrata e consapevole, trattando i disturbi mentali in modo responsabile, imparziale e rispettoso. È questo l’obiettivo del Vademecum “Informare sulla salute mentale”, frutto della collaborazione tra Rai Per la Sostenibilità – ESG, Ordine dei Giornalisti e Dipartimento di Salute Mentale della Asl Roma 2: un testo che punta a stabilire un’alleanza strategica tra professionisti della salute mentale e operatori dell’informazione per promuovere la conoscenza della materia e combattere i tanti pregiudizi ancora radicati in questo campo. Perché i media possono giocare un ruolo fondamentale nella difesa dei diritti e nella tutela della dignità delle persone con problemi di salute mentale, sfatando i falsi miti che favoriscono l’esclusione sociale e accentuano la difficoltà di chiedere aiuto.

COSA DICONO I DATI

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la salute mentale come “parte integrante della salute e del benessere”, ricorda il Vademecum, sottolineando come non si tratti di un obiettivo individuale, ma di un bene pubblico che riguarda tutta la comunità. Sempre secondo l’OMS, nel mondo una persona su otto soffre di disturbi mentali, mentre nel nostro Paese il Rapporto Salute mentale 2023 del Ministero della Salute parla di oltre 850mila adulti assistiti solo dai servizi pubblici. Un numero che non tiene conto dei ragazzi né degli utenti seguiti privatamente o dai medici di medicina generale, né di chi non segue alcuna cura, anche per timore dello stigma.

MALATTIE RARE, QUANDO LO STIGMA SI SOMMA

Il tema riguarda da vicino anche la comunità delle malattie rare. Secondo l’ultima indagine Rare Barometer di Eurordis, condotta su quasi 10mila persone in 45 Paesi europei, sette persone con malattia rara su dieci riferiscono almeno una difficoltà di salute mentale, ma meno della metà riceve un supporto adeguato. C’è poi un aspetto meno noto: in diverse malattie rare i sintomi psichiatrici sono una parte importante del quadro, a volte il primo segnale. Accade nella malattia di Wilson e nella Niemann-Pick di tipo C, che possono esordire proprio così, o nella sindrome da delezione 22q11.2, in cui un ampio studio internazionale pubblicato sull’American Journal of Psychiatry ha rilevato disturbi psicotici nel 41% degli adulti oltre i 25 anni. Quando questi segnali vengono letti solo come un disturbo psichiatrico primario, la diagnosi corretta può arrivare con molto ritardo, e lo stigma legato alla salute mentale rischia di sommarsi alle difficoltà di una condizione già poco conosciuta.

I CINQUE PREGIUDIZI PIÙ DIFFUSI

Poiché i disturbi mentali sono circondati da pregiudizi che possono determinare atteggiamenti discriminatori nei confronti di un singolo o di un intero gruppo, trattare questi temi sui media necessita di attenzione, sensibilità e rispetto. La deontologia richiede, dunque, di evitare il sensazionalismo, la stigmatizzazione e la distorsione della realtà, incoraggiando una comprensione accurata e rispettosa delle persone con disturbi mentali. Quanto agli errori più comuni, i cinque pregiudizi più diffusi riguardano l’incurabilità, la pericolosità sociale, l’incomprensibilità, l’improduttività intesa come incapacità di inserirsi nel mondo del lavoro e l’irresponsabilità, cioè l’idea che la persona con disturbo mentale non si renda conto di quello che fa e possa essere considerata “incapace di intendere e di volere”.

COME FARE BUON GIORNALISMO

Viceversa, educazione, conoscenza e sensibilizzazione rappresentano processi virtuosi nel trattamento e nella diffusione delle informazioni, rendendo i media alleati importanti nel contrasto ai pregiudizi in un campo in cui la tentazione di ricorrere a toni esagerati o drammatici è sempre dietro l’angolo. Fare del buon giornalismo vuol dire allora fornire informazioni equilibrate e basate sui fatti, evitando eccessi linguistici e rispettando la privacy delle persone e il diritto alla riservatezza sulla loro condizione di salute. Ma vuol dire anche non enfatizzare la presenza di un disturbo mentale laddove non è rilevante come, per esempio, quando si attribuisce la commissione di un reato esclusivamente alla malattia. Parimenti non bisogna diffondere notizie imprecise o errate su disturbi mentali e trattamenti, mentre è buona pratica consultare fonti mediche affidabili e competenti, dando spazio agli esperti per fornire una comprensione corretta.

LA CENTRALITÀ DELLA PERSONA

Fondamentale, poi, è mettere sempre al centro la persona e non le sue condizioni di salute, da considerare tuttalpiù come una caratteristica, evitando aggettivi sostantivati come “schizofrenico” o “depresso”. È lo stesso principio del decreto legislativo n. 62 del 3 maggio 2024, attuativo della riforma della disabilità e richiamato dal Vademecum, che all’articolo 4, dedicato alla terminologia in materia di disabilità, mette al bando termini come handicap, persona handicappata, portatore di handicap, persona affetta da disabilità, disabile e diversamente abile, sostituendoli con persona con disabilità. Un’indicazione che parla anche al mondo delle malattie rare, dove formule come “malato di” e “affetto da” restano molto diffuse: il Vademecum suggerisce di preferire “vive con” a “malato di”, che definisce un’espressione stigmatizzante. Le storie reali possono avere un forte impatto emotivo e raccogliere le testimonianze delle persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale può permettere di creare contenuti autentici che stimolano l’empatia. In quest’ottica appare importante dare spazio alle vicende positive di coloro che sono riusciti a migliorare la propria condizione con il giusto supporto.

DISTURBI MENTALI E VIOLENZA: UN FALSO BINOMIO

Malgrado sia stato osservato che il rischio di esiti violenti sia maggiore nelle persone con disturbi psichiatrici rispetto alle persone senza disturbi psichiatrici, si legge nel Vademecum, è importante ricordare che i tassi assoluti di crimini violenti in un periodo di 5-10 anni sono inferiori al 5% nelle persone con disturbi mentali, mentre salgono al 6-10% tra le persone con disturbi di personalità e disturbi dello spettro schizofrenico. Ciò vuol dire che la stragrande maggioranza delle persone con disturbi mentali non è pericolosa. Anzi, secondo i dati del Ministero della Salute, ha una probabilità dieci volte maggiore di essere vittima rispetto alla popolazione generale.

LE PAROLE GIUSTE E QUELLE SBAGLIATE

Oltre ad alcuni utili suggerimenti per svolgere correttamente un’intervista, come evitare atteggiamenti infantilizzanti o manifestare timore, il Vademecum invita a una riflessione sul linguaggio corretto e fornisce alcune indicazioni sulle parole che feriscono (matto, folle, squilibrato, ecc.) e quelle che discriminano (come manicomio, violento, raptus, ecc.). Interessante in questo senso il glossario della salute mentale, presente nelle ultime pagine del Vademecum che, da ADHD a doppia diagnosi, da elettroshock a hikikomori, mette a disposizione di giornalisti e comunicatori un ulteriore strumento per fare informazione corretta ed evitare un uso inappropriato delle parole.

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