Prof. Pietro Lampertico
Prof. Pietro Lampertico

Al congresso internazionale anche i dati su bulevirtide, unico farmaco oggi disponibile, e le novità sulla diagnosi

Una riduzione di circa l’80% del rischio di scompenso epatico dopo tre anni di terapia nei pazienti con cirrosi trattati con bulevirtide, e tre nuove strategie terapeutiche già in Fase III di sperimentazione: sono tra i dati principali emersi alla quinta edizione dell’International Delta Cure Meeting, che si è svolta il 15 e 16 ottobre a Milano e ha riunito i maggiori specialisti internazionali sui progressi nella diagnosi e nella cura dell’epatite cronica Delta (HDV).

Il congresso è stato presieduto da Pietro Lampertico, Professore Ordinario di Gastroenterologia all’Università degli Studi di Milano e Direttore della Gastroenterologia ed Epatologia della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, e da Heiner Wedemeyer, Direttore del Dipartimento di Gastroenterologia, Epatologia, Malattie Infettive ed Endocrinologia della Scuola di Medicina di Hannover.

UNA MALATTIA RARA MOLTO AGGRESSIVA

Rispetto ad altre epatiti virali, l’HDV riguarda numeri contenuti: in Italia le stime indicano alcune migliaia di pazienti con infezione attiva. La rarità non ne riduce però il peso clinico, per la rapidità con cui la malattia può evolvere, per l’età relativamente giovane di molti pazienti e per la lunga assenza di terapie specifiche.

“L’epatite Delta è la forma più aggressiva di epatite virale cronica: può colpire persone giovani e progredire rapidamente verso cirrosi, scompenso, epatocarcinoma e trapianto”, ha sottolineato il Prof. Lampertico. Lo scompenso è la fase in cui il fegato non riesce più a svolgere le proprie funzioni, mentre l’epatocarcinoma è il tumore primitivo del fegato.

“Dalla scoperta da parte del Prof Mario Rizzetto nel 1977 al 2023, questa malattia è rimasta senza terapie approvate; oggi, invece, abbiamo un primo farmaco disponibile nella pratica clinica e, soprattutto, numerose nuove strategie terapeutiche in fase avanzata di sviluppo. Negli ultimi anni il panorama dell’HDV ha avuto un’accelerazione straordinaria”, ha aggiunto lo specialista.

BULEVIRTIDE E LA RIDUZIONE DELLO SCOMPENSO

Il primo cambio di paradigma è arrivato con bulevirtide, oggi l’unico trattamento specifico per l’epatite cronica Delta utilizzato nella pratica clinica. L’esperienza degli ultimi anni ha mostrato risposte virologiche e biochimiche che tendono a consolidarsi nel tempo e un ottimo profilo di sicurezza, anche nei pazienti con malattia epatica avanzata.

Un recente studio multicentrico europeo coordinato dal centro milanese ha inoltre documentato, nei pazienti cirrotici, il calo di circa l’80% del rischio di scompenso epatico dopo tre anni di trattamento. Il rischio di epatocarcinoma, invece, non risulta annullato dalla terapia: per questo la sorveglianza resta centrale.

TRE FARMACI IN FASE DI SPERIMENTAZIONE AVANZATA

Al congresso sono stati presentati nuovi dati su tre strategie terapeutiche in Fase III, l’ultima fase della sperimentazione clinica prima della richiesta di approvazione. Si tratta di anticorpi monoclonali, come brelovitug, usati da soli o in combinazione con siRNA, piccole molecole di RNA progettate per bloccare l’RNA del virus dell’epatite B (HBV). Altri approcci sono in sviluppo e per il 2027 sono attesi i risultati di numerosi studi registrativi. Il passaggio è sostanziale: da una sola opzione terapeutica a un ventaglio potenzialmente più ampio, in cui differenziare i trattamenti in base alle caratteristiche del paziente e della malattia.

Oltre alle terapie soppressive di lungo periodo, sono allo studio anche trattamenti di durata definita: alcuni programmi prevedono cicli di circa 48 settimane, con l’obiettivo di ottenere, in sottogruppi selezionati, una risposta che si mantenga anche dopo la sospensione.

“Oggi bulevirtide è l’unico farmaco disponibile nella pratica clinica, ma richiede una somministrazione prolungata”, ha spiegato il Prof. Lampertico. “Parallelamente stanno avanzando nuove strategie: alcune sono trattamenti soppressivi a lungo termine, altre puntano invece a ottenere, in pazienti selezionati, una risposta sostenuta dopo un ciclo di terapia di durata definita. È un cambiamento importante anche per la qualità di vita e per la gestione a lungo termine della malattia”.

DIAGNOSI: IL TEST HDV-RNA ENTRA NEI LEA

Le novità riguardano anche la diagnosi. Le raccomandazioni prevedono che ogni persona HBsAg positiva, cioè con infezione da virus dell’epatite B, venga sottoposta almeno una volta al test per gli anticorpi anti-HDV. Questo controllo, però, non viene ancora eseguito in modo sistematico. Alcuni centri hanno quindi introdotto il reflex testing: il test anti-HDV viene effettuato in automatico su chi risulta positivo all’HBsAg.

Con l’aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), inoltre, tra le prestazioni di specialistica ambulatoriale è stato inserito il test quantitativo HDV-RNA, che serve a documentare l’infezione attiva e a monitorarne l’andamento.

IL LEGAME CON L’EPATITE B

Un ulteriore filone di ricerca riguarda i nuovi farmaci contro l’epatite B. Infatti, il virus Delta ha bisogno dell’HBV per completare il proprio ciclo vitale. Le strategie in grado di ottenere la “cura funzionale” dell’epatite B, ossia la negatività per HBsAg, potrebbero quindi in futuro agire anche sull’HDV, aprendo alla possibilità di combinare terapie dirette contro il virus Delta con trattamenti che eliminino il supporto fornito dall’HBV.

IL PROGRAMMA DEL CONGRESSO

Il programma dell’evento ha spaziato da epidemiologia, virologia e immunologia a diagnostica, storia naturale della malattia, trattamenti disponibili, farmaci in sviluppo e bisogni clinici ancora insoddisfatti. Per la prima volta, gli abstract accettati saranno pubblicati in un supplemento dedicato della rivista BMJ Open Gastroenterology.

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