Demenza: la ricerca clinica a un punto di svolta

Presentati i dati del Rapporto Mondiale Alzheimer 2026: 185 potenziali terapie sono attualmente in fase di sperimentazione

Sono 158 le possibili terapie per la demenza, in valutazione in oltre 192 studi clinici nel mondo, otto dei quali in Fase III e attesi al completamento entro il 2026. Sono i numeri che emergono dal Rapporto Mondiale 2026 diffuso da Alzheimer’s Disease International (ADI) in occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer (21 settembre) e presentato nel nostro Paese da Alzheimer Italia.

Il documento è dedicato alla ricerca clinica sulle demenze, che sta conoscendo un’espansione senza precedenti: gli studi hanno mostrato per la prima volta che alcuni trattamenti possono rallentare la progressione della condizione. Il rapporto avverte però che questi passi avanti rischiano di rallentare per la difficoltà di reclutare partecipanti: per sostenere gli studi attivi servono circa 55.000 volontari, ma i criteri di selezione molto stringenti fanno sì che, per arrivarci, occorra coinvolgerne almeno 350.000. Gli ostacoli alla partecipazione nascono dalla difficoltà di accesso agli esami specialistici e, soprattutto, dalla diagnosi spesso tardiva: a livello globale si stima che il 75% delle persone che convivono con una forma di demenza non riceva una diagnosi formale, una percentuale che in alcuni Paesi può raggiungere il 90%. Questo impatta anche sulle potenzialità dei nuovi trattamenti, che agiscono soprattutto nelle fasi iniziali della condizione.

Anche per questo motivo Alzheimer Italia, in occasione del XV Mese Mondiale Alzheimer, aderisce alla campagna di ADI “The Earlier You Know, The More You Can Do: A Dementia Diagnosis Matters” (“Prima lo sai, di più puoi fare: la diagnosi di demenza è importante”), che invita a parlare apertamente di demenza e a cercare informazioni e sostegno. La campagna pone l’attenzione anche su 10 segnali d’allarme da non sottovalutare: perdita di memoria, difficoltà a svolgere attività abituali, problemi con il linguaggio, disorientamento nel tempo e nello spazio, scarso o ridotto giudizio, difficoltà a tenere traccia delle cose, oggetti messi nel posto sbagliato, cambiamenti dell'umore e del comportamento, difficoltà a comprendere le informazioni visive e spaziali, ritiro dal lavoro o dalle attività sociali.

LA RIDUZIONE DEL RISCHIO

Se a oggi non esiste una cura ampiamente disponibile per la demenza, sappiamo però che, come stimato dalla Lancet Commission, fino al 45% dei casi potrebbe essere ritardato o ridotto agendo sui fattori di rischio. Recependo l’ampliarsi delle evidenze scientifiche in questo campo, nel 2026 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato una versione aggiornata delle proprie Linee guida sulla riduzione del rischio di declino cognitivo e demenza. Sul piano degli stili di vita, il documento indica come azioni positive la partecipazione ad attività cognitive, sociali e fisiche, lo stop al fumo, la riduzione del consumo dannoso di alcol e un’alimentazione sana ed equilibrata, sconsigliando invece gli integratori alimentari a scopo preventivo. Per quanto riguarda la salute suggerisce di gestire obesità, diabete, ipertensione, colesterolo e perdita dell’udito, e sconsiglia la terapia ormonale in menopausa come strumento per ridurre il rischio. A livello di popolazione raccomanda la limitazione dell’esposizione all’inquinamento dell’aria anche negli ambienti domestici. Le Linee guida non si rivolgono solo ai singoli: sono concepite per orientare anche professionisti sanitari, decisori politici e istituzioni, così da integrare la riduzione del rischio nelle politiche, nei servizi e nei programmi di salute pubblica.

“Le evidenze scientifiche contengono un messaggio di speranza: non è mai troppo presto e non è mai troppo tardi per agire, come singoli e come società”, afferma la presidente di Alzheimer Italia, Katia Pinto. “È importante però sottolineare che parliamo di riduzione del rischio e non di prevenzione garantita. La demenza resta una condizione complessa su cui incidono molti fattori e chi la sviluppa non deve sentirsi in colpa né giudicato. Perché ciascuno possa davvero prendersi cura della salute del proprio cervello, inoltre, servono adeguate politiche pubbliche, che garantiscano a tutti i cittadini ambienti di vita sani, aria pulita, spazi per il movimento e la socialità e servizi accessibili”.

IL NUOVO PIANO NAZIONALE DEMENZE

Il futuro della cura e dell’assistenza nell’ambito della demenza sono al centro del convegno “Le prospettive di sanità pubblica per le persone con demenza: verso il nuovo Piano Nazionale Demenze” che si tiene oggi 21 settembre presso il Ministero della Salute, in occasione del quale il Tavolo permanente sulle demenze presenterà i risultati del lavoro portato avanti in questi mesi per la redazione del nuovo Piano Nazionale Demenze. Alzheimer Italia, che fa parte del Tavolo, sarà presente per ribadire la necessità di un impegno chiaro da parte delle Istituzioni, che passa innanzitutto da un finanziamento stabile del Piano.

“I fondi a termine, utilizzati finora, non sono in grado di rispondere a un bisogno continuativo: chi riceve oggi una diagnosi avrà bisogno di servizi per i dieci o quindici anni successivi, non per i trentasei mesi di durata di un progetto”, afferma Mario Possenti, segretario generale di Alzheimer Italia, che interverrà al convegno insieme alla presidente Pinto. “Questo è il punto di partenza fondamentale per poter garantire una presa in carico tempestiva e globale: i passi avanti nella ricerca e la diagnosi precoce non servono se le persone poi vengono abbandonate a loro stesse. Oggi in Italia sono oltre 1.430.000 le persone con demenza, destinate a diventare 2.200.000 entro il 2050. In un Paese come il nostro, in cui la cura è ancora quasi interamente affidata ai caregiver, il sostegno all’intera famiglia è la condizione imprescindibile perché qualsiasi percorso funzioni”.

OSPEDALI IN GRADO DI RISPONDERE AI BISOGNI DEI PAZIENTI

Per chi convive con una demenza l’esperienza in ospedale può rivelarsi molto stressante: l’ambiente estraneo, i ritmi della degenza, i diversi professionisti impegnati nella cura possono aumentare il rischio di disorientamento, cadute, perdita di autonomia e conseguenti complicanze cliniche. Per offrire ai luoghi di cura strumenti concreti in grado di rispondere in modo adeguato ai bisogni specifici delle persone con demenza e dei loro familiari, nel 2024 Alzheimer Italia ha avviato il progetto “Dementia Friendly Hospital”, promuovendo un Tavolo di lavoro con diverse realtà ospedaliere italiane.

Da questo percorso sono nate le Linee di indirizzo per la realizzazione di un Ospedale Dementia Friendly, presentate in occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer 2026. Elaborato con il contributo di neurologi, geriatri, psicologi e rappresentanti di familiari e persone con demenza, il documento si basa sull'ascolto diretto di chi vive quotidianamente la realtà della demenza: oltre 150 professionisti sanitari e circa 800 caregiver hanno condiviso la propria esperienza attraverso due questionari, contribuendo a individuare criticità, bisogni e possibili soluzioni.

Le Linee di indirizzo propongono un percorso operativo articolato in otto tappe, per accompagnare gli ospedali nella costruzione di un’assistenza capace di rispondere ai bisogni specifici delle persone con demenza e dei loro familiari lungo tutto il percorso di cura: dal primo ingresso del paziente alla dimissione e al rientro sul territorio.

“Alla base di queste Linee di indirizzo c’è un approccio che guarda alla cura nella sua complessità, intervenendo sulle tante dimensioni che contribuiscono al benessere della persona durante il ricovero: dalle caratteristiche del paziente a quelle del lavoro assistenziale e degli operatori, dall’organizzazione dell’équipe ai fattori organizzativi e ambientali fino al contesto istituzionale dell’ospedale”, sottolinea Francesca Arosio, psicologa e psicoterapeuta di Alzheimer Italia e rappresentante al Tavolo di lavoro. “L’obiettivo è quello di costruire, passo dopo passo, una rete nazionale di ospedali che scelgono di mettere al centro la persona con demenza: non solo con la sua condizione clinica, che va spesso oltre il sintomo acuto che richiede l’accesso in ospedale, ma anche con la sua storia, le sue abitudini e le sue emozioni”.

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